Come ogni giorno da circa un mese, l'argomento cui i quotidiani dedicano il maggior numero di pagine è la guerra tra Israele e Palestina. Mi rendo perfettamente conto che la complessità della questione sia tale da non poter essere analizzata nelle poche righe che un blog mette a disposizione, e peraltro rimango dell'idea che probabilmente non sarebbe neppure la sede opportuna. Tuttavia, non posso sottrarmi alla tentazione di esprimere un parere al riguardo. La vicenda storica è quanto mai complessa e troppi sono gli interessi in gioco per poter valutare questa guerra soltanto indicando con l'indice teso la parte del torto e quella della ragione. Israele ha assunto una posizione di assoluto predominio nello scacchiere mondiale, divenendo un interlocutore che sovente siede capotavola al tavolo delle trattative mondiali, un tavolo che, come noto, è tutt'altro che rotondo. Di fatto, il peso politico ed economico raggiunto è sufficiente ad Israele per collocarsi in una posizione di privilegio, un privilegio tale da rendere tollerabile se non addirittura legittima l'invasione della Palestina agli occhi dell'ONU, che si limita timorosamente ad invitare alla moderazione. Come se ciò fosse sufficiente per rifarsi quella verginità morale che le Nazioni Unite hanno perduto oramai da tempo.
Per chi come noi lo osserva da lontano, il conflitto, con le sue innumerevoli vittime civili, è emotivamente d'impatto e lascia spazio alle più svariate considerazioni e prese di posizione. La mediazione degli Stati Uniti è insolitamente mite, ma non sorprende se consideriamo gli stretti rapporti economici e non solo che li legano a Israele; l'ONU si defila affidando a Ban Ki-moon parole a dir poco sconcertanti per mitezza e qualunquismo. Le tregue a ore, parentesi ironicamente tragiche che sentenziano come la guerra sia oramai la drammatica costante, spezzano la monotonia di una quotidianità che ha nella morte il proprio motivo dominante.
Sto con Vattimo, del quale ho infinita stima intellettuale, quando nel condannare le violenze di Israele si appella alla Storia, sottintendendo che un popolo che ha subito l'orrore dell'Olocausto dovrebbe aver raggiunto una maggiore maturità civile. Non condivido però la posizione di coloro i quali, nella condotta bellica israeliana, intravedono un pretesto per dedicarsi alla purtroppo sempre frequente attività di revisionismo storico, un revisionismo teso a ridimensionare ciò che la memoria storica ci ha consegnato come uno dei più grandi crimini dell'umanità che, senza condizioni, tale deve restare. Che nel conflitto contro la Palestina, Israele non reciti il ruolo di vittima è cosa fin troppo evidente, ma tale valutazione deve obbligatoriamente spogliarsi di facili dietrologie. Non so se il Professor Vattimo, che certamente la Storia la conosce molto bene, condanni Israele in virtù del suo passato; francamente non credo. Osservo disorientato ciò che avviene nella striscia di Gaza, la smobilitazione delle truppe israeliane lascia dietro di sé un numero impressionante di interrogativi, ma un numero ancor più elevato di vittime, civili per lo più, che sono solo e soltanto vittime, a prescindere dalla bandiera avvolta attorno alla bara. La Storia, in questo caso, non ci potrà aiutare a comprendere i motivi di una carneficina, ammesso che ve ne siano, ma ci potrà semmai spiegare le ragioni del conflitto. Già Nietzsche del resto, con lo scritto Sull'utilità e il danno della Storia per la vita del 1874, si scagliava contro lo storicismo, accusandolo di annientare l'uomo atrofizzandone la creatività nel presente. Lo storicismo, quello rigoroso, sa essere deresponsabilizzante e, spesso, è il più grande giustificazionista degli orrori del presente. Cadere nella sua rete è molto, troppo facile.
Matteo Andriola