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domenica 15 novembre 2015

Riflessioni sulla tragedia parigina

Coloro che possono vantarsi di possedere buona memoria storica, sicuramente non perderanno tempo per appellarsi alle inaudite violenze di crociati, conquistadores e inquisitori, rispolverando un termine di paragone sempre valido quando si tratta di confrontarsi con aberrazioni perpetrate in nome di un dio, simili a quella accaduta in una Parigi ancora scossa dall'attentato alla sede del periodico Charlie Hebdo. La reminescenza storica è sempre una valida alleata quando si tratta di cercare di comprendere il presente, in questo Machiavelli aveva certamente ragione, ma in casi come questo non sarà in grado di fornire molti appigli per giustificare qualcosa che non potrà mai conoscere attenuanti né motivazioni valide, e del resto, lo sterminio di innocenti non punisce singoli colpevoli, ma nelle intenzioni colpisce soltanto i membri di un paese colpevole o presunto tale. Chiamare in causa una divinità prima del sacrificio ricorda gli epici scontri narrati da Omero, ma sotto le mura di Troia gli dei richiedevano la violenza poiché quella determinata società la contemplava come strumento necessario e comunque per certi versi anche rituale, e dunque collettivamente la accettava e tollerava. Il mondo moderno ha perduto la ritualità e il valore simbolico della violenza, di pari passo con la proliferazione delle religioni monoteiste nelle quali le divinità, dovendo in se stesse racchiudere tutte quelle qualità estremamente positive che la società desidererebbe ardentemente riconoscersi, si trovano ad escludere dalla propria essenza aspetti meno nobili, possibili di fatto solo ed esclusivamente col frazionamento della divinità stessa. Contrariamente a quanto si possa credere, non è necessario essere atei per sposare la tesi di Marx secondo cui la religione sarebbe l'oppio dei popoli, e la Storia, sempre generosa in fatto di esempi, ha confermato la validità del suo pensiero al riguardo, sancendone l'assoluta veridicità senza possibilità di smentita ed eccezione. Anche profondendo un immane sforzo, è difficile intravedere motivazioni strettamente religiose in una violenza che non ha vincitori né vinti, ma soltanto carnefici e vittime che, inneggiando ora al proprio dio, ora agli aleatori concetti di uguaglianza e giustizia, non fanno altro che perpetrare nel tempo una violenza sempre più gratuita e insensata che, al rovescio della medaglia, presenta il becero volto dell'intolleranza e dell'odio. Certamente non è difficoltoso comprendere come gli interessi in gioco siano di natura diversa da quanto in realtà si vorrebbe far credere e, paradossalmente, episodi simili lo dimostrano inequivocabilmente anziché smentirlo.
Culturalmente però, entrambe le fazioni ne escono con le ossa frantumate, poiché la cultura ( e con essa la capacità di analisi ), unico strumento realmente in grado di consentire all'umanità un salto qualitativo capace di eliminare quell'inaccettabile intolleranza che anima entrambi gli schieramenti che occupano le due opposte posizioni della barricata, viene purtroppo ogni giorno declassata come superflua e non necessaria. La pace perpetua sognata da Kant era ed è purtroppo destinata a rimanere un'utopia, ma la teorizzazione della stessa rimane un bene necessario per tentare almeno di incanalare la morale sociale sul giusto binario, comprendendo quanto la linea di demarcazione tra ciò che è giusto è ciò che è sbagliato debba spesso essere molto più netta di quanto invece non sia. La violenza è l'eclatante valvola di sfogo di un enorme problema socioculturale che oramai domina una società che ha eretto i palazzi del potere sulle fondamenta dell'odio e dell'intolleranza, subordinando inalienabili diritti quali la vita e la libertà intellettuale a interessi di natura certamente diversa. 
L'epoca nichilista annunciata a gran voce da Nietzsche è in realtà appena iniziata, e come sostiene Vattimo, dopo averne preso atto è inevitabile conviverci, accettandolo come condizione ineluttabile della moderna esistenza umana; le manifestazioni e i proclami che seguiranno questa ingiustificabile tragedia non sono altro che il consueto corollario ad episodi di questo tipo, e certamente in breve tempo si attenueranno fino a dissolversi precipitando nell'oblio del dimenticatoio, in attesa di ricomparire puntualmente all'occorrenza.

Matteo Andriola

mercoledì 14 gennaio 2015

Nessun dio può odiare una matita

Se gli occhi sono lo specchio dell'anima, probabilmente non esagero ritenendo la satira lo specchio della libertà di un Paese. Tristemente attuale, il dibattito relativo agli eventuali limiti che essa dovrebbe imporsi tiene banco in maniera piuttosto vigorosa. La presenza di un limite negherebbe il concetto stesso di satira, questo è vero, ma ciò che spesso, troppo spesso, viene sottovalutato è il fatto che non sia possibile né corretto fare i conti esclusivamente con il livello di tolleranza del proprio Paese o della propria confessione, facendone l'unico termine di paragone. La recente tragedia cui abbiamo assistito impotenti, altro non è se non l'ennesima dimostrazione di quanto la vita sia oramai subordinata ad interessi differenti, un valore non più inalienabile e imprescindibile, quanto piuttosto una merce di scambio da utilizzare in una guerra destinata a concludersi senza vincitori né vinti. Le vittime del terribile attentato al periodico Charlie Hebdo pagano un dazio infinitamente salato, capri espiatori di una situazione di esacerbata intolleranza che li ha visti diventare un subdolo e abietto pretesto nelle mani di un fanatismo sempre più becero e ingiustificabile.
In situazioni come questa, la banalizzazione e la generalizzazione sono i nemici più ostici da fronteggiare, e l'ignoranza induce sempre più di frequente a ritenere che il colpevole di un gesto tanto efferato quanto vigliacco non sia il singolo in quanto tale, ma piuttosto ciò che esso rappresenta.
La Storia è però una maestra troppo autorevole e competente quando si tratta di fornire un insegnamento, e con il consueto rigore didattico ci ricorda come la religione, anche quella cristiana, abbia mietuto vittime con clamorosa regolarità nel corso dei secoli. Gli esempi sono troppi e sarebbe impossibile riportarli tutti in questa sede, ma pescando in un passato neanche troppo lontano, credo che alle popolazioni centroamericane massacrate dai conquistadores, i cattolici Cortes e Pizarro non dovessero apparire molto diversi da come appaiono oggi coloro che si rendono colpevoli di ingiustificabili barbarie in nome di un profeta che non può neppure essere raffigurato. Gli spagnoli tuttavia, e non è un mistero, non avrebbero neppure levato un'ancora se nel nuovo mondo non vi fosse stata l'opportunità di allungare le mani su enormi quantitativi d'oro, né i crociati dal canto loro avrebbero preso la strada di Gerusalemme se a Roma non avessero intravisto in questi pellegrinaggi armati la possibilità di un lauto guadagno. La religione, oggi come allora, a conti fatti, risulta il pretesto più valido e facilmente vendibile, in grado di rendere accettabile anche ciò che razionalmente non potrebbe mai esserlo. Il ricordo dell'attentato alle torri gemelle o le sconvolgenti immagini delle decapitazioni dell'ISIS sono ancora davanti agli occhi di tutti, e per quanto mi sforzi di trovare un senso a tutto ciò che da sempre accade, concludo sempre la mia ricerca a mani vuote. Tutti agiscono in nome di un dio, qualunque sia, caritatevole e misericordioso, ma per soddisfare le sue richieste, travisando e maneggiando ad arte il suo messaggio, ricorrono al contraddittorio strumento della violenza. Il superamento di Dio auspicato da Nietzsche, in questo senso, prescindendo dalla posizione religiosa di ciascuno, responsabilizzerebbe l'individuo, ponendolo di fronte a se stesso senza condizioni, privandolo di uno strumento che, snaturandosi, troppo spesso si tramuta in pretesto. Non è oggetto dell'intervento l'opportunità di credere o meno, ma partendo dal presupposto di scegliere la strada della Fede, qualunque essa sia, non si potrà fare a meno di constatare come nessun dio possa pretendere il sacrificio del sangue, di cui è invece perennemente assetato soltanto l'uomo, capace di perpetrare orribili violenze in nome di un credo, senza voler ammettere che il reale problema risieda in realtà nell'innata inclinazione dell'individuo a non accettare l'altro poiché ritenuto diverso, e di conseguenza inferiore. L'impressionante manifestazione di solidarietà tenutasi a Parigi dovrebbe configurarsi non come una manifestazione anti islamica, quanto piuttosto come una presa di posizione contro una situazione insostenibile in cui sono sempre gli innocenti a fare le spese di un disegno perverso in cui potere e interessi scavalcano con inconcepibile noncuranza il valore di quella vita che ogni uomo dovrebbe amare più di qualunque altra cosa, sia che creda sia che non creda. Come accennato, non mi preme in questa sede entrare in merito alla questione della Fede, poiché credo di non aver titolo se non per sostenere la mia intima posizione al riguardo; quello della Fede è un argomento delicato, la cui verità, come sosteneva Kierkegaard, è un discorso del singolo, suo e soltanto suo. Da qualunque angolazione la si osservi però, la violenza come strumento religioso risulta una contraddizione nei termini, e un mondo che si professa civile e moralmente evoluto, non può fare a meno in nessun caso di poggiare sulle solide fondamenta della tolleranza, in cui il rispetto della vita altrui è e sarà sempre il viatico migliore per raggiungere il rispetto di se stessi. In un Paese laico e democratico, la scelta religiosa rappresenta uno straordinario esempio di libertà che tutti dovrebbero proteggere gelosamente, ma la società ha sprecato troppo spesso l'occasione per riscattarsi e temo se la lascerà sfuggire anche questa volta, calpestando il prossimo e il diritto di espressione, preferendo mantenere in vita una tensione sempre più pericolosa e retrograda. Nel riscontrare il potenziale ottenebrante della religione, Marx colse nel segno definendola "oppio dei popoli", e mai come oggi tale espressione risulta di sconvolgente attualità. Non mi illudo che la situazione possa cambiare, poiché non riconosco al genere umano la preziosa dote della tolleranza, ma sono certo di non sbagliare sostenendo che nessun dio, qualora dovesse esistere, possa accettare che un suo figlio muoia a causa di un disegno, a causa di una matita. Per quanto io mi possa sforzare, non intravedo nulla di religioso in ciò che sta accadendo, né riuscirò mai a convincermi del fatto che un dio possa pretendere ciò che la Storia ha voluto e vuole farci credere che pretenda.
L'Illuminismo ci ha lasciato in eredità molte teorizzazioni, ma il suo merito più grande è stato quello di rifiutare l'accettazione passiva di convinzioni secolari, e nessun filosofo del tempo potrebbe sentirsi offeso per il fatto che, per l'occasione, io scelga di rispolverare Voltaire, che sarebbe sicuramente sceso in piazza per manifestare la propria solidarietà alle vittime della tragedia parigina e che, senza remore né timori di sorta, avrebbe certamente ripetuto, gridandola a squarciagola, una delle più note affermazioni a lui attribuite: "Non sono d'accordo con te, ma darei la vita per consentirti di esprimere le tue idee".

Matteo Andriola

mercoledì 15 ottobre 2014

Kierkegaard e la "verità del singolo"

Se l'avessi incontrato a un evento mondano, probabilmente l'avrei invidiato per la sua aria scanzonata e sovente guascona; l'eleganza mescolata allo snobismo che di consuetudine sciorinava in pubblico faceva di Søren Kierkegaard un perfetto mentitore, un dissimulatore capace di nascondere la propria reale condizione a quella che era solito chiamare "folla bestiale". Senza remore, oggi posso dire di essermi convinto che fosse un bugiardo, e la sua maschera era senz'altro piuttosto ingannevole se si considera che dietro di essa si celava uno degli individui che non è esagerato annoverare tra i più tormentati dell'intera Danimarca. Nato nel 1813, ricevette una rigida educazione religiosa che personalmente credo l'abbia condizionato più di quanto si voglia ammettere; nell'arco di circa sette anni perse il padre e cinque fratelli, in quella che interpretò come un'autentica punizione divina per una colpa a noi ignota commessa dal genitore. Sentimentalmente non si può dire che il giovane fosse meno inquieto, se si considera che interruppe il fidanzamento con Regina Olsen, a causa di un mai specificato turbamento interiore che funestava il suo animo senza dargli tregua. Che Kierkegaard fosse un animo profondamente turbato non è in alcun modo opinabile, ma non sono mai riuscito a giudicarlo instabile o illogico, e il frequente ricorso agli pseudonimi fa di lui un filosofo tanto grande quanto sfuggente. La questione degli pseudonimi è in realtà più complessa di quanto si pensi, e il ricorso ad essi non è altro che un geniale stratagemma per responsabilizzare il lettore, privandolo di qualunque condizionamento.
Alla luce di quanto accadutogli, Kierkegaard doveva sentirsi decisamente in credito con Dio, eppure, sostenendo la "verità del singolo", ci fornisce una delle più alte e pure dimostrazioni di fede che la Filosofia ricordi. Secondo lui, è il "singolo" ad elevarsi sulla collettività, anche e soprattutto in materia di fede, e la verità ha come proprio compito l'affermazione assoluta dell'individualità. Attaccando Hegel, Kierkegaard si scaglia contro le ricerche metafisiche indirizzate alla ricerca di verità universali e concetti assoluti ( quali ad esempio la coscienza ) che non possono avere senso a meno che non vengano rigidamente contestualizzati alla soggettività del singolo individuo. Una conoscenza che scavalchi l'individualità è un'assurdità, in quanto tale individualità si concretizza proprio in relazione ad altre singolarità, e non in rapporto all'umanità intesa come entità autonoma dotata di vita propria. Una simile concezione dell'umanità negherebbe in assoluto la singolarità dell'individuo, potendo peraltro perpetrare crimini orrendi, semplicemente celandosi dietro la spersonalizzante maschera della moltitudine; ed infatti, è la folla ad aver ucciso Gesù Cristo, non il singolo. Paradossalmente, in materia religiosa, la conoscenza diviene secondo Kierkegaard uno strumento fuorviante, in quanto essa nulla ha a che vedere con la fede, ma al più con un nozionismo fine a se stesso. Il singolo individuo può e deve ricercare la salvezza, rimanendo però consapevole di poterla raggiungere esclusivamente attraverso la fede, e la conoscenza storica del Cristianesimo, in questo senso, può tranquillamente valere molto meno della totale ignoranza in materia. È in Cristo soltanto che si trova la chiave della salvezza, e non nei proseliti di una Chiesa come quella danese che Kierkegaard non ha remore nel definire "pagana". Il rapporto con Gesù è intimo e personale e tale intimità rappresenta agli occhi del filosofo l'unica strada possibile per la salvezza; ogni uomo, inteso nella propria individualità, instaura con Cristo un rapporto esclusivo che di fatto costituisce, e non potrebbe essere altrimenti, l'unico viatico possibile per ottenere la salvezza. 
A ben vedere, al di fuori di questo privilegiato rapporto, la religione può addirittura risultare contraddittoria nella sua incomprensibilità. Che Dio, a cui sarebbe sufficiente una parola,  si faccia uomo e decida di morire per salvare l'umanità, è un controsenso dal quale è impossibile uscire per mezzo della ragione; la storia di Cristo è propedeutica alla fede, ma non indispensabile per la salvezza. Il rapporto dell'uomo con Dio è un mistero che accomuna tutti i singoli, affermandone l'individualità. Ecco perchè, secondo Kierkegaard, la verità può risiedere soltanto nel singolo.

Matteo Andriola

sabato 23 agosto 2014

Il dialogo interreligioso è auspicabile da tutti, atei compresi

Se osservato da una diversa angolazione, un filosofo notoriamente ateo come Karl Marx può offrire un interessante punto di partenza per introdurre una disamina di tipo religioso. Riconosco che ciò possa apparire strano, ma se definendola "l'oppio dei popoli", Marx certamente tenta di infliggere un colpo mortale alla religione, al contempo ne afferma l'influenza, chinando la testa di fronte al suo enorme potere persuasivo che neppure lui, ateo, può riuscire a negare. Per quanto possibile, affronterò la questione senza ricorrere all'esempio specifico, cercando di non cedere alla tentazione di togliermi qualche sassolino dalla scarpa, in quanto ritengo il dialogo interreligioso una necessità anzitutto concettuale. 
Neppure ad un osservatore disattento può sfuggire quanto la religione condizioni la vita di una società umana sempre più multietnica e multiculturale, e sebbene le divinità greche ci sembrino lontanissime e le scomuniche medioevali anacronistiche, sarebbe ottuso credere che la religione abbia visto nei secoli ridimensionarsi il proprio ruolo. Nel tempo essa è mutata, spesso nella forma ma non nella sostanza, in funzione di un esercizio sempre più saldo delle proprie funzioni. Non mi interessa ora addentrarmi in una pur sempre stimolante argomentazione teologica, né tantomeno intendo chiarire in questa sede la mia posizione al riguardo; al momento mi preme soltanto intervenire riguardo all'opportunità del dialogo interreligioso in relazione al ruolo che la religione ricopre oggi all'interno della società. Che occupi un posto di prim'ordine del resto, neppure da posizioni agnostiche o atee lo si potrebbe negare, ed infatti ribadisco come Marx stesso sia in definitiva incapace di negarne l'enorme potere trainante.
Imbarcarsi in una riflessione di argomento religioso è però sempre questione delicata, e fondamentalmente credo che l'errore oggi più comune consista nell'osservare la religione assumendo sempre e comunque una posizione di partenza, che necessariamente finirà per influenzare la valutazione fin dai suoi primi passi. Essa è una realtà radicata nella società umana, a prescindere dal credo e dal "credere", e come tale dev'essere valutata. In altri termini, ci si potrà interrogare circa la natura o l'esistenza stessa della divinità, ma non circa l'effettiva presenza della religione all'interno della società. Come pretesto o come causa, il confronto religioso da sempre origina laceranti contrasti, qualunque sia la posizione che ognuno decida di assumere. Apparentemente, l'affollamento di chiese, moschee, templi e sinagoghe parrebbe riconoscere alla religione un saldissimo valore aggregante, ma rovesciando la medaglia non si può fare a meno di notare quanto essa ne possieda al contempo uno disgregante e laddove origina aggregazione, troppo spesso getta il seme per disgregare, generando divisione profonda appena al di fuori dei luoghi di culto. La millenaria storia delle religioni le ha sovente incanalate su binari rigorosamente conservatori, escludendole da una modernità che forse per certi aspetti non potrebbero neppure possedere, ma in un'epoca in cui il concetto di nichilismo è ritornato terribilmente attuale, ciò non dovrebbe precludere la possibilità di un costruttivo dialogo interreligioso, che dovrebbe essere auspicabile da tutti, atei e agnostici compresi. La religione, con atto di maturità, dovrebbe non soltanto raccogliere gli onori, ma anche accollarsi gli oneri che qualunque potere necessariamente deve sobbarcarsi, agendo in funzione aggregante, responsabilmente consapevole della propria capacità di spostare gli equilibri, guidando una società umana che non perde occasione per dimostrare di non essere autonoma.
Se si crede per convinzione, indubbiamente si crede anche per necessità e, senza entrare nel merito della fondatezza del credo o più in generale del "credere", non è un mistero che la religione abbia assolto nei secoli e assolva tuttora un ruolo consolatorio, offrendo ai moltissimi fedeli una ragione di vita che certo potremmo valutare in molti aspetti ma non potremmo mai arrivare a negare. A prescindere dalla loro fondatezza, le religioni svolgono anche il sempre allietante incarico di deresponsabilizzare l'individuo, rendendogli sopportabili i dolori terreni. Amo morbosamente Dostoevskij e quando Ivan Karamazov afferma "se Dio non esiste, tutto è permesso" non posso che inchinarmi di fronte all'enormità del narratore russo, che con una frase secca e concisa riesce a sintetizzare, come meglio non si potrebbe, l'essenza ultima della fede religiosa. Che esista o meno la divinità, l'uomo non è pronto per sopravvivere rinunciando ad essa e alla sua forza consolatrice, e proprio per tale motivo il dialogo interreligioso rappresenterebbe in questo momento storico uno strumento di straordinaria modernità in una società in cui il progresso scientifico è inversamente proporzionale a quello etico.
Oggi come ieri, la religione è un potere politico non meno che spirituale e come tale, modernizzandosi, dovrebbe agire. Trovo contraddittorio combattere sotto il vessillo di un dio, giustificando posizioni e gesti in nome della fede, eppure, assieme al denaro, la religione è causa, concausa o pretesto della stragrande maggioranza dei conflitti della storia. Ancora oggi, tra le religioni vi è un abisso molto più profondo di quanto si voglia ammettere e l'apertura al dialogo, nella maggior parte dei casi, si configura come mera disponibilità di convenienza, che però ai miei occhi altro non fa se non scavare tra di esse un solco sempre più profondo. Anziché ridurre la fede alla pura militanza, le religioni dovrebbero agire consapevoli del proprio potere trainante, ricercando e promuovendo un dialogo che non sia diretto ad affermare il proprio primato sulle altre, ma che sia propedeutico al raggiungimento di una cooperazione che prescinda dalle diversità. Le alte sfere religiose, nessuna esclusa, ben consapevoli della forza persuasiva esercitata dal proprio credo, non dovrebbero ricorrere alla predicazione per convertire e affermare la propria superiorità, bensì per unire in un costruttivo confronto. Per il nobile fine che si pone del resto, persino dal punto di vista dell'ateo un dialogo religioso è sempre auspicabile. Ovunque, il potere spirituale ha un'innegabile influenza temporale e la comunicazione interreligiosa diverrebbe un vero e proprio strumento unificante in una società che, mai come oggi, avrebbe bisogno di un saldo bastone su cui poggiarsi.
In questo senso, fede, ateismo e agnosticismo si collocano sullo stesso piano nel valutare l'opportunità di un dialogo che non snaturerebbe affatto le religioni in questione, ma anzi, paradossalmente, ne affermerebbe il valore anche agli occhi di chi non è un fedele. In tale prospettiva, la questione relativa all'esistenza della divinità diverrebbe superflua perchè, che essa esista o meno, la religione rimarrebbe comunque un' innegabile realtà.

Matteo Andriola