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martedì 19 luglio 2016

Non un golpe, ma una farsa

Che la Turchia fosse una polveriera era cosa nota, ma paradossalmente il tentato golpe ( anche se di questo non si è certo trattato ) mostra quanto quella realtà, nell'immaginario collettivo apparentemente così lontana culturalmente, sia in realtà poco dissimile da quella che si respira in molti paesi occidentali. Senza ipocrisie di sorta, è giusto riconoscere che tutti inizialmente, convinti che si trattasse effettivamente di un golpe e quasi affascinati dall'improbabile eventualità di un viandante del cielo che elemosinava asilo politico, abbiamo creduto che il grande architetto di questo tentativo sovversivo si trovasse comodo e pacifico a Mosca. Tutto assolutamente plausibile se si considera che Putin ha da tempo, per motivi peraltro mai taciuti, il dente avvelenato contro Erdogan, reo soprattutto di aver assunto una posizione decisamente ambigua nei confronti del terrorismo islamico. Le modalità, la durata e il fallimento del presunto golpe però, hanno rivelato in tempi brevissimi la verità, ossia hanno dimostrato che di golpe non si trattava affatto e che Putin, per grande fortuna del presidente turco, proprio nulla in tal senso aveva pianificato. I tempi del resto sono cambiati, e nella società attuale i rudimentali colpi di Stato di stampo sudamericano non sarebbero più neppure lontanamente ipotizzabili. Inoltre, non va dimenticato che Ankara, per dimensione e popolazione, non è propriamente il piccolo villaggio di Stepancikovo raccontato Dostoevskij e dunque, anche fingendo di credere che si sia trattato di una reale sovversione, non esiste sforzo di immaginazione in grado di farmi accettare l'idea che si sia potuto ristabilire l'ordine in un tempo così breve e in maniera tutto sommato indolore. Che Erdogan, nemico giurato della democrazia ( nonché vergognosamente negazionista circa il genocidio degli armeni ) si sia appellato proprio ad essa per riportare la situazione alla normalità è poi apparso subito contraddittorio, e la gestione del presunto problema ha aperto in tempi brevissimi uno squarcio su quella che di fatto era ed è la realtà dei fatti, ossia quella di una farsa finalizzata a consolidare agli occhi del cittadino medio la figura di un leader dal curriculum fin troppo eloquente in negativo. Erdogan, riportando l'ordine, in un sol colpo ha fornito una prova di forza e offerto una dimostrazione, evidentemente fasulla, di quanto egli sia un acceso sostenitore di quella democrazia che in realtà il suo governo certamente non incarna, a meno che con tale termine non si indichi qualcosa di diverso da ciò che con lo stesso gli antichi Greci intendevano. La posizione dei cosiddetti potenti della Terra, sempre molto attenti a non varcare i confini del "politicamente corretto", non è sorprendente purtroppo, ma mostra ancora una volta quanto la cricca ( Obama, Merkel e Hollande in testa ) sia più unita che mai nel gestire un equilibrio fondato scientificamente sul disordine; tutti cauti a pseudo golpe in corso, tutti sostenitori di un governo democraticamente eletto a farsa conclusa.
La Storia non mente, e qualunque colpo di Stato effettivamente tale si vada a ricercare entro i suoi meandri rivelerà caratteristiche del tutto diverse rispetto a ciò che per alcune ore in Turchia è stato ritenuto tale. Ora Erdogan, dopo aver puntato il dito contro l'odiato Gulen, conscio del potere deterrente della violenza e della paura, con il benestare di tutti punirà in maniera esemplare coloro che lui ha deciso di sacrificare in nome di questa infame recita funzionale al suo progetto, "signori nessuno" destinati in tempi brevissimi al dimenticatoio. A bocce ferme non si può fare a meno di constatare come il piano di Erdogan sia purtroppo perfettamente riuscito, in un colpo solo ha "riempito la botte" e "ubriacato la moglie"; che i potenti sempre molto puntuali quando si tratta di sfilare a braccetto e con volto costernato in ipocriti cortei d'occasione, siano conniventi è il "segreto di Pulcinella", anche perchè la Turchia pesa molto dal punto di vista militare, è una risorsa enorme per la NATO, e ciò purtroppo vale molto più della vita di una manciata di innocenti strumentalizzati e funzionali a un disegno più grande di loro. Nulla di democratico sotto il sole.

Matteo Andriola

lunedì 8 febbraio 2016

Cosa resta del contemporaneo?

Epoche come quella che stiamo attraversando possiedono il non trascurabile vantaggio di prestarsi sempre e comunque ad analisi critiche, anche e soprattutto in virtù della tanto evidente quanto preoccupante latitanza di quella che molti chiamano etica, dispersa nella melma nichilista che Leopardi e Nietzsche, in tempi più o meno sospetti, avevano ampiamente previsto con lucida lungimiranza. Immolando la morale sull'altare dell'egoismo, si è colpevolmente accettato un collettivo tuffo nel precipizio del non ritorno, anteponendo sempre e comunque l'interesse del singolo a quello della società. Che la si osservi con l'occhio dell'ateo o meno, la società appare comunque senza un dio, assente più o meno giustificato, a seconda del punto dal quale ci si sforzi inutilmente di intravederlo. I conflitti religiosi tra monoteismi esagitati e belligeranti non sono nuovi nella loro essenza pretestuosa, e l'inconsistenza politica di potenze ( o presunte tali ) conniventi fondate sull'ipocrisia è quanto mai allarmante poiché conficca con decisione i chiodi nella bara di una speranza già da tempo morta e sepolta; alla faccia di Kant e della sua pace perpetua. L'individuo però non ha attenuanti, e certo non è meno colpevole accettando ovunque una spersonalizzazione metodica e costante capace di annichilire l'essenza stessa di ciò che ogni singolo e ogni società dovrebbero essere; gli ideali ( cosa poi saranno mai questi ideali? ), i cari vecchi ideali ai quali in periodi di crisi tutti si sentono in dovere di appellarsi, non vengono in ultima istanza mai neppure sfiorati. Sono scomparsi, spariti, decapitati dalla roncola di una contemporaneità che vende un "nulla" spacciandolo per un "tutto", che mercifica qualunque cosa, che toglie la speranza sostenendo ipocritamente di distribuirla. Ciò che per le bocche dei benpensanti prezzolati dovrebbe nobilitare l'uomo, in realtà è divenuto ciò che lo priva dell'unica cosa effettivamente in grado di nobilitarlo, ossia la libertà.
George Orwell fu profetico ipotizzando ( in questo caso in tempi evidentemente sospetti ) una società controllata dall'occhio del padrone, e mai come oggi 1984 dovrebbe diventare un testo obbligatorio per tutti, da leggere, rileggere e conservare gelosamente. La contemporaneità, questa ignobile contemporaneità fondata sul compromesso, ha avuto partita facile a insinuarsi subdolamente e proliferare in una società che si è imperdonabilmente negata sia la cultura sia quella bellezza che secondo il principe Myskin avrebbe presto o tardi salvato il mondo. Rileggendo L'idiota sono più che mai convinto che il protagonista del romanzo, evidentemente pervaso da immotivato ottimismo, abbia commesso un errore macroscopico ricorrendo al futuro anziché al condizionale; la bellezza semmai "salverebbe" il mondo, a condizione che questo si lasciasse però salvare. È fin troppo evidente però che il mondo, popolato da perversi demagoghi abilissimi a rovesciare la gerarchia delle priorità in nome di personali interessi, abbia scelto una lenta e dolorosa agonia, preferendola a una salvezza che forse sarebbe troppo responsabilizzante e faticosa da supportare. In tema di diritti assistiamo a sconcertanti scenari in cui la menzogna è divenuto lo strumento più utilizzato, e in cui il "politicamente corretto" assurge a nauseante e ipocrita consuetudine: all'occorrenza, tutti uniti e solidali in corteo, ma immediatamente pronti a divorarsi l'un l'altro il giorno successivo. Non esiste accettazione dell'altro, ma spesso neppure volontà di ottenere accettazione, non esiste realtà che non contempli la violenza come strumento risolutivo, non esiste società che non si fondi contemporaneamente sull'incoerenza e la contraddizione. Non potendo certamente scommettere su un presente indiscutibilmente e inesorabilmente nichilista, la fiducia nel futuro appare l'unica possibilità, anche se purtroppo ritengo sia obiettivamente mal riposta. Scegliere di sguazzare passivamente e arrendevolmente in questa contemporaneità è colpevole e intellettualmente abietto, ma al contempo è certamente la scelta maggiormente inflazionata, una scelta direttamente responsabile di un declino oramai inevitabile. Nessuno farà nulla per cambiare questa società, i gesti eroici sono materia di un'epica cronologicamente e concettualmente troppo lontana. Ci limiteremo, consapevolmente inconsapevoli, a osservare senza muovere un dito perchè, come sintetizzato dal sempre illuminante Guido Ceronetti: "Siamo come quelli delle Termopili. Sappiamo che i persiani passeranno ma noi restiamo lì".

Matteo Andriola

giovedì 3 settembre 2015

Era un bambino con una maglietta rossa

Neppure disponendo di cinismo in sovrabbondante misura sarebbe possibile rimanere insensibili di fronte alle drammatiche immagini che in questi giorni hanno consentito al mondo di apprendere l'esistenza della città turca di Bodrum; l'immagine di un bambino il cui corpo privo di vita viene restituito dalle onde quasi fosse il relitto di una nave, si è imposta con una violenza inaudita agli occhi di una società che ancora una volta non si è lasciata sfuggire l'occasione per mostrare la più assoluta mancanza di coscienza. Non può esistere posizione politica in situazioni simili, e di fronte a quella vita ingiustamente spezzata possono trovare spazio soltanto il dolore, la pietà e la rabbia per un innocente che, come la maggior parte dei suoi piccoli coetanei, in spiaggia si dovrebbe spensieratamente divertire con paletta e secchiello. Eppure, sebbene certamente la vicenda riesca a far breccia nella sensibilità di ogni essere umano, essa è una medaglia che al rovescio presenta la faccia di quell'ipocrisia che oramai ammorba senza distinzione una società che ha colpevolmente deciso di consegnarlesi senza neppure l'onore delle armi. Soltanto l'immagine della morte, sempre di sicuro impatto, riesce a far si che chi osserva da privilegiato la vicenda metta momentaneamente da parte l'umano rancore e il colore della propria fazione, decidendo di affacciarsi fugacemente alla finestra per gettare lo sguardo su un dramma di cui quella morte ingiustificabile è in definitiva solamente un abominevole emblema. La gestione di una situazione di tale drammaticità dovrebbe richiamare all'ordine coloro che, in un modo o nell'altro, avrebbero il dovere adoperarsi per tentare di risolvere un problema che invece si preferisce mantenere in vita in nome di interessi non meglio specificati; non sta a me indicare quale possa essere la possibile soluzione, non è il mio mestiere, eppure mi trovo costretto a constatare quanto le lacrime per quella vita prematuramente spezzata siano nella maggior parte dei casi figlie dell'impatto di un'istantanea, poiché se quotidiani e notiziari si fossero limitati a darne solamente la notizia, comunicando il decesso di quel povero bambino senza colpa, nessuno già se ne ricorderebbe, e l'eco della notizia non sarebbe diverso da quello provocato da una qualunque altra notizia. E infatti non serve certo una straordinaria capacità di analisi per rendersi conto della veridicità di tutto ciò, giacché ogni giorno vengono recuperati tra l'indifferenza generale cadaveri di persone che, partite alla ricerca della speranza, l'hanno perduta ancor prima di illudersi di poterla trovare.
Dostoevskij aveva ragione nel ritenere la sofferenza l'origine della coscienza, ma temo che in casi come questo il dolore non abbia originato proprio nulla, semmai la reazione dell'uomo comune di fronte all'immagine di un piccolo corpo inerme con la testa rivolta alla sabbia, si riduce a una poco edificante partecipazione convenzionale, e unirsi idealmente in cordoglio convince l'individuo di possedere quella coscienza di cui invece troppo spesso dimostra di non disporre. Provo disgusto di fronte agli annunci di quegli ipocriti benpensanti che, balzando indignati sulla propria poltrona per una vicenda figlia della diseguaglianza sociale, si rifiutano di ammettere che l'etica abbia molte più responsabilità della politica, poiché non occorrerebbe neppure essere troppo lungimiranti per comprendere come la morte di innocenti sia soltanto la logica conseguenza di un problema come quello cui stiamo da tempo assistendo. L'interesse politico - economico getterà in tempi brevi nel dimenticatoio quella creatura, e la sua maglietta rossa diverrà al più l'immagine per un libro di Storia; senza un salto qualitativo culturale, la situazione non migliorerà di certo, e quella coscienza troppo frequentemente invocata a sproposito che dovrebbe imporsi in ogni singolo per poi propagarsi al suo esterno divenendo coscienza sociale, rimarrà purtroppo ancora a lungo tristemente nascosta. Trovo sia addirittura superfluo indicare la nazionalità di quel bambino, poiché il valore della vita deve obbligatoriamente prescindere dal luogo di provenienza, e il sentimento della pietà non potrà mai dipendere dall'orientamento religioso; quel piccolo corpo rappresenta solo e soltanto la sconfitta di una società che, indignandosi per qualche istante, nella convinzione di essersi ripulita la coscienza dimostra solamente per l'ennesima volta di non possederla.

Matteo Andriola

sabato 23 agosto 2014

Il dialogo interreligioso è auspicabile da tutti, atei compresi

Se osservato da una diversa angolazione, un filosofo notoriamente ateo come Karl Marx può offrire un interessante punto di partenza per introdurre una disamina di tipo religioso. Riconosco che ciò possa apparire strano, ma se definendola "l'oppio dei popoli", Marx certamente tenta di infliggere un colpo mortale alla religione, al contempo ne afferma l'influenza, chinando la testa di fronte al suo enorme potere persuasivo che neppure lui, ateo, può riuscire a negare. Per quanto possibile, affronterò la questione senza ricorrere all'esempio specifico, cercando di non cedere alla tentazione di togliermi qualche sassolino dalla scarpa, in quanto ritengo il dialogo interreligioso una necessità anzitutto concettuale. 
Neppure ad un osservatore disattento può sfuggire quanto la religione condizioni la vita di una società umana sempre più multietnica e multiculturale, e sebbene le divinità greche ci sembrino lontanissime e le scomuniche medioevali anacronistiche, sarebbe ottuso credere che la religione abbia visto nei secoli ridimensionarsi il proprio ruolo. Nel tempo essa è mutata, spesso nella forma ma non nella sostanza, in funzione di un esercizio sempre più saldo delle proprie funzioni. Non mi interessa ora addentrarmi in una pur sempre stimolante argomentazione teologica, né tantomeno intendo chiarire in questa sede la mia posizione al riguardo; al momento mi preme soltanto intervenire riguardo all'opportunità del dialogo interreligioso in relazione al ruolo che la religione ricopre oggi all'interno della società. Che occupi un posto di prim'ordine del resto, neppure da posizioni agnostiche o atee lo si potrebbe negare, ed infatti ribadisco come Marx stesso sia in definitiva incapace di negarne l'enorme potere trainante.
Imbarcarsi in una riflessione di argomento religioso è però sempre questione delicata, e fondamentalmente credo che l'errore oggi più comune consista nell'osservare la religione assumendo sempre e comunque una posizione di partenza, che necessariamente finirà per influenzare la valutazione fin dai suoi primi passi. Essa è una realtà radicata nella società umana, a prescindere dal credo e dal "credere", e come tale dev'essere valutata. In altri termini, ci si potrà interrogare circa la natura o l'esistenza stessa della divinità, ma non circa l'effettiva presenza della religione all'interno della società. Come pretesto o come causa, il confronto religioso da sempre origina laceranti contrasti, qualunque sia la posizione che ognuno decida di assumere. Apparentemente, l'affollamento di chiese, moschee, templi e sinagoghe parrebbe riconoscere alla religione un saldissimo valore aggregante, ma rovesciando la medaglia non si può fare a meno di notare quanto essa ne possieda al contempo uno disgregante e laddove origina aggregazione, troppo spesso getta il seme per disgregare, generando divisione profonda appena al di fuori dei luoghi di culto. La millenaria storia delle religioni le ha sovente incanalate su binari rigorosamente conservatori, escludendole da una modernità che forse per certi aspetti non potrebbero neppure possedere, ma in un'epoca in cui il concetto di nichilismo è ritornato terribilmente attuale, ciò non dovrebbe precludere la possibilità di un costruttivo dialogo interreligioso, che dovrebbe essere auspicabile da tutti, atei e agnostici compresi. La religione, con atto di maturità, dovrebbe non soltanto raccogliere gli onori, ma anche accollarsi gli oneri che qualunque potere necessariamente deve sobbarcarsi, agendo in funzione aggregante, responsabilmente consapevole della propria capacità di spostare gli equilibri, guidando una società umana che non perde occasione per dimostrare di non essere autonoma.
Se si crede per convinzione, indubbiamente si crede anche per necessità e, senza entrare nel merito della fondatezza del credo o più in generale del "credere", non è un mistero che la religione abbia assolto nei secoli e assolva tuttora un ruolo consolatorio, offrendo ai moltissimi fedeli una ragione di vita che certo potremmo valutare in molti aspetti ma non potremmo mai arrivare a negare. A prescindere dalla loro fondatezza, le religioni svolgono anche il sempre allietante incarico di deresponsabilizzare l'individuo, rendendogli sopportabili i dolori terreni. Amo morbosamente Dostoevskij e quando Ivan Karamazov afferma "se Dio non esiste, tutto è permesso" non posso che inchinarmi di fronte all'enormità del narratore russo, che con una frase secca e concisa riesce a sintetizzare, come meglio non si potrebbe, l'essenza ultima della fede religiosa. Che esista o meno la divinità, l'uomo non è pronto per sopravvivere rinunciando ad essa e alla sua forza consolatrice, e proprio per tale motivo il dialogo interreligioso rappresenterebbe in questo momento storico uno strumento di straordinaria modernità in una società in cui il progresso scientifico è inversamente proporzionale a quello etico.
Oggi come ieri, la religione è un potere politico non meno che spirituale e come tale, modernizzandosi, dovrebbe agire. Trovo contraddittorio combattere sotto il vessillo di un dio, giustificando posizioni e gesti in nome della fede, eppure, assieme al denaro, la religione è causa, concausa o pretesto della stragrande maggioranza dei conflitti della storia. Ancora oggi, tra le religioni vi è un abisso molto più profondo di quanto si voglia ammettere e l'apertura al dialogo, nella maggior parte dei casi, si configura come mera disponibilità di convenienza, che però ai miei occhi altro non fa se non scavare tra di esse un solco sempre più profondo. Anziché ridurre la fede alla pura militanza, le religioni dovrebbero agire consapevoli del proprio potere trainante, ricercando e promuovendo un dialogo che non sia diretto ad affermare il proprio primato sulle altre, ma che sia propedeutico al raggiungimento di una cooperazione che prescinda dalle diversità. Le alte sfere religiose, nessuna esclusa, ben consapevoli della forza persuasiva esercitata dal proprio credo, non dovrebbero ricorrere alla predicazione per convertire e affermare la propria superiorità, bensì per unire in un costruttivo confronto. Per il nobile fine che si pone del resto, persino dal punto di vista dell'ateo un dialogo religioso è sempre auspicabile. Ovunque, il potere spirituale ha un'innegabile influenza temporale e la comunicazione interreligiosa diverrebbe un vero e proprio strumento unificante in una società che, mai come oggi, avrebbe bisogno di un saldo bastone su cui poggiarsi.
In questo senso, fede, ateismo e agnosticismo si collocano sullo stesso piano nel valutare l'opportunità di un dialogo che non snaturerebbe affatto le religioni in questione, ma anzi, paradossalmente, ne affermerebbe il valore anche agli occhi di chi non è un fedele. In tale prospettiva, la questione relativa all'esistenza della divinità diverrebbe superflua perchè, che essa esista o meno, la religione rimarrebbe comunque un' innegabile realtà.

Matteo Andriola